TAGLIA E CUCE NEL “NOME DEL PADRE” | VAL VIBRATA LIFE | MAGAZINE
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TAGLIA E CUCE NEL “NOME DEL PADRE”

TAGLIA E CUCE NEL “NOME DEL PADRE”

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Di Marco Calvarese

sartoVaticanoEtyCicioni24gen2014_0216Quel laboratorio capitolino di via di Porta Angelica potrebbe quasi sembrare  una normale sartoria se, chiudendo gli occhi, non si facesse caso alle Guardie Svizzere che controllano quando varchi l’ingresso di Città del Vaticano.

sartoVaticanoEtyCicioni24gen2014_0019Ma è comunque impossibile non rendersi conto di dove ci si trova: ovunque è un trionfo di giallo e blu che caratterizzano le divise indossate dalle guardie del Papa. Non è infatti una normale sartoria quella che ci apprestiamo a visitare. Siamo entrati nell’”atelier” dove opera colui che realizza le divise delle Guardie Svizzere Pontifice: Ety Cicioni.

Nato a Giulianova poco più di 40 anni fa, Ety Cicioni non ha avuto un’infanzia spensierata. Ancora giovanissimo si è ritrovato, assieme alle sorelle, orfano di padre con la madre in dolce attesa della sorella più piccola.

DSC_8999_resize_resizeDiplomatosi in Ragioneria mentre si impegnava in lavori stagionali, ha iniziato immediatamente dopo a lavorare in una importante azienda tessile teramana, all’interno della quale si è distinto nel tempo seguendo molti corsi di formazione che lo hanno fatto crescere professionalmente.

Il 3 novembre 1997 ha iniziato a lavorare a Città del Vaticano come sarto delle Guardie Svizzere Pontificie.

E’ sposato con la conterranea giuliese Lucia dalla quale ha avuto due figli, Matteo ed Emanuele, con i quali ora vive stabilmente a Roma.

 Come si fa a diventare sarto?

Ho iniziato tanto tempo fa a Giulianova, appena terminati gli studi e per esigenze familiari, sono andato a lavorare in una ditta di sartoria giuliese che, dopo qualche anno trascorso a svolgere i lavori più umili, mi ha dato l’opportunità di crescere dal punto di vista lavorativo facendo dei corsi, con tanti sacrifici. Ho iniziato senza sapere nulla. Infatti aprivo le cuciture delle confezioni.

La passione per la sartoria è arrivata dopo aver soddisfatto le esigenze lavorative per i grossi problemi familiari e non è passata inosservata a chi mi era vicino che, vedendomi molto impegnato ed attento nel mestiere e forse anche quel qualcosa in più, mi ha chiesto se mi interessava fare dei corsi.

Ho seguito questi corsi con tanti sacrifici, sia economici che di vita, infatti lavoravo di giorno e la sera, fuori orario lavorativo, tornavo in sartoria per provare a fare le cose che imparavo nelle lezioni che seguivo durante i fine settimana che trascorrevo fuori. È durata quasi 3 anni questa storia.

 Quindi qual è l’ingrediente segreto per diventare bravo?

pellegrinaggioRoma6nov2013_0197Tanta passione e tanta pratica per diventare un buon sarto, bisogna fare corsi di formazione continua perché nulla è scontato, bisogna anche avere un briciolo di fortuna se trovi chi ti sta vicino e ti sa insegnare ma, soprattutto, ci vuole tanta tenacia, perché all’inizio non si guadagna molto e non hai quegli stimoli che possono darti tanti altri mestieri e professioni.

Come ha fatto un sarto giuliese ad arrivare fino al Vaticano?

Per un fatto molto particolare. C’era un ragazzo di Giulianova che lavorava in Vaticano da alcuni anni e chiese alla mamma, titolare di una lavanderia a Giulianova Paese, se conoscesse una coppia di sarti bravi che potesse sostituire il sarto molto anziano che era al servizio della Guardia Svizzera Vaticana, rimasto solo dopo la prematura morte del collaboratore.

È nata proprio così, da una chiacchierata tra la titolare della lavanderia giuliese e mia madre che per lei eseguiva qualche lavoro. Così, forte del mio carattere che mi porta a non dire di “no” a niente, ho chiesto un colloquio. Un giorno importante per te quello del colloquio, prova a raccontarcelo se lo ricordi.

Lo ricorderò sempre benissimo, innanzitutto perché in Vaticano non ero mai venuto prima e non sapevo neanche cosa fosse. Un giorno molto particolare del quale ricordo tutta la trafila per farmi rilasciare i permessi per entrare e, subito dopo, il passaggio in quelle grandissime sale, tutte belle e curate.

Ci siamo incontrati con il sacerdote responsabile, oggi diventato vescovo, abbiamo avuto il colloquio nel marzo 1997 e, già in quella occasione, chiesi anche di venire a vedere la sartoria restando un po’ impressionato perché avevano ancora le macchine a pedali, avevano il ferro da stiro pesante e con il filo appeso.

Sono rimasto pietrificato perché già vivevo una realtà completamente diversa, lavorando in un’azienda dove mezzi e tecnologia erano più avanzati ed al passo con i tempi, mentre qui era tutto “congelato”.

Quando loro mi chiesero se fossi propenso a venire, io risposi “guardi, mi dispiace ma io con quella attrezzatura non posso realizzare quello che voi mi chiedete, non potrei”. Sono stato molto onesto e non ho fatto carte false per entrare.

Passarono due mesi ed a maggio mi ritelefonarono chiedendomi se ne potevamo riparlare, se potevo fare una lista ed un preventivo del mezzi di cui avevo bisogno.

Tempo 10 giorni ho preparato il preventivo. Poi mi chiamarono dicendomi “vieni pure che facciamo il contratto”.

Ho dovuto aspettare 6 mesi per chiudere i rapporti con l’azienda in cui lavoravo, dove nel frattempo avevo raggiunto livelli di responsabile, e verso la metà di ottobre mi sono trasferito a Roma accompagnato da mia madre che per qualche mese mi ha affiancato come sarta, offrendomi una collaborazione forte iniziale in questa avventura. Il 3 novembre 1997 abbiamo iniziato ufficialmente a lavorare qui dentro ed è stata davvero dura.

 Perché dura, cosa avete dovuta fare tu e tua madre Marisa di così complicato per realizzare una divisa basata su un modello che, proprio il 22 gennaio 2014, ha compiuto esattamente 100 anni?

Basti tenere presente che una divisa ha 154 pezzi , 56 bottoni e diverse applicazioni, un lavoro non da poco che oggi, dopo tanti studi, ricerche e perfezionamenti che ci hanno fatto raggiungere un livello qualitativo veramente alto, ci porta via 39 ore, dal taglio alla confezione, con la finitura e le prove comprese.

Siamo dovuti ripartire da zero, archiviando il metodo completamente vecchio utilizzato fino a quel momento ed iniziarne uno nuovo; quindi abbiamo smontato la divisa dell’epoca e con le tecnologie nuove abbiamo cercato di dare delle geometrie dei riferimenti un po’ più semplici.

Ci abbiamo impiegato un po’ di tempo, il primo anno e mezzo è stato quasi “sotto costo” lavorare. Entravamo alle 7 e la sera prima delle 10 non se ne parlava di uscire, ci fermavamo giusto il tempo per dormire, visto che mangiavamo anche dentro per non perdere tempo.

Fu veramente dura all’inizio. Ancora più complicata da realizzare è la divisa degli Ufficiali delle Guardie Svizzere Vaticane, quella bordò.

 Spesso nel racconto del tuo cammino per arrivare a questo punto, ritornano tua madre e la tua famiglia. Quanto sono importanti loro e quanto le esperienze che con loro hai condiviso?

Quando è morto papà, mamma aspettava una bimba di 3 mesi ed eravamo altri 3 figli minorenni, quindi io insieme alle mie sorelle abbiamo cercato di andare avanti con la famiglia lavorando, restando uniti e formando un’unica forza che aveva come obiettivo unico proprio la sussistenza della famiglia e non l’acquisto del vestito bello o la serata in discoteca, perché io non ci andavo a ballare, anche perché d’estate andavo a fare il panettiere per poter arrotondare lavorando di notte.

Molti mi dicono “così hai perso una parte dell’adolescenza”, ma io non rimpiango nulla, poi ci sono andato anche in discoteca quando sono cresciuto e mi sono anche fidanzato con Lucia, mia moglie, perché non lavoravo solamente ma andavo anche a farmi una passeggiata per il corso di Giulianova.

Proprio durante una di queste passeggiate, mi sono innamorato di Lucia. Lei aveva 17 anni ed io 21, è stato un cammino insieme, anche duro soprattutto quando sono venuto a lavorare a Roma e potevo tornare a trovarla solamente il fine settimana, ma non ne mancavo mai neanche uno per poterla vedere.

 Da quando Ety Cicioni ha iniziato a lavorare in Vaticano, sono tre i Papi che si sono  avvicendati: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI ed ora Francesco. Il sarto giuliese, orgoglioso, ha attaccato ad una parte della sartoria vaticana immagini dove spicca l’abito bianco papale degli ultimi tre successori di San Pietro sempre vicino al suo volto sorridente e quello dei suoi cari e che testimoniano momenti importanti come il battesimo di suo figlio più piccolo.

Una personalità intraprendente quella di Ety Cicioni che continua ad investire sull’attività di sartoria e, dal 2004, lavora anche nella parte ecclesiale che, dopo 10 anni di perfezionamento, lo ha portato a raggiungere livelli importanti; infatti nel prossimo Concistoro anche il Segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin, avrà gli abiti realizzati da lui stesso.

Sempre in movimento per cercare di far conoscere il suo lavoro in tutto il mondo ecclesiale, investendo risorse personali di promozione della sua attività, come il tour che in 7 giorni lo ha portato a toccare New York, Boston, Toronto e Montreal, ma anche l’ultima esperienza in Brasile, dove vede spiragli d’investimento che consiglia a qualche collega sarto.

Se qualcuno volesse fare una camicia completamente artigianale o puntare su qualcosa di unico, credo proprio che qualche piccola soddisfazione se la potrebbe togliere. Il problema è che nessuno ci vuole puntare perché richiede sacrifici iniziali, rischiando.

Io nel mio piccolo ci provo sempre e continuo a cercare nuovi investimenti, come l’ultimo che sta partendo proprio in questo periodo “I Sarti del Borgo”.

Sono tornato in zona e mi ha rattristato vedere la desolazione delle nostre zone industriali, da questo l’idea di cercare di creare un gruppo per investire sul territorio assieme ad un grande sarto delle Marche, creando un’azienda piccola ma di livello che si rivolga al pubblico dell’alta moda, in grande crescita in questo periodo.

Spero che questo possa servire come esempio al mondo giuliese e della nostra zona in generale, per aprirsi al mondo, uscire per apprendere quelle cose che poi ti serviranno per investire sul tuo territorio.

 Vivi all’ ombra del “cupolone”, a pochi passi da quello che è un punto di riferimento per i Cattolici di tutto il mondo, è impossibile quindi non affrontare il discorso religione e fede.

La fede è fondamentale nella vita, non solo per il mio lavoro ma in generale, cresce in me di pari passo con l’età. Un pensiero che, senza obblighi, cerco di far capire anche ai miei figli.

 I figli vogliono seguire le orme del padre?

È chiaro che a me farebbe molto piacere e gli amici mi raccontano come parlino di me agli altri entusiasti del mio lavoro, confessandomi spesso che vogliono seguire le mie orme però, ogni cosa a suo tempo. Ripeto che mi farebbe piacere ma ognuno deve fare la propria strada. Io ho fatto il panettiere e il pasticcere, per guadagnare i soldi sono andato in una tranceria, mi sono diplomato ragioniere e poi sono andato a fare un mestiere non per scelta ma, più che altro, per bisogno. Quindi dico che ognuno all’inizio deve fare quello che può e che gli riesce.

Noi cerchiamo di dare ai figli tutto quello che possiamo e, se poi vorranno, potranno seguire corsi specifici per restare al passo con i tempi perché, quando arriverà il momento di darmi il cambio, io sarò ormai vecchio e passato.

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