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A cura di Marco Calvarese

Viaggio di un reporter fra i luoghi della democrazia rubata

33 34 35 PEOPLE (26)Quando sono venuto al mondo, proprio nel periodo che ha segnato la fine della guerra in Vietnam, probabilmente nella stanza dell’ospedale di Giulianova qualcuno stava leggendo un quotidiano che riportava la notizia. Diversamente, non saprei spiegare da dove sia saltata fuori questa passione che ancora oggi mi accompagna e mi rende irrequieto, soprattutto quando mi accorgo che fuori dalle mura di casa si stanno scrivendo  nuove pagine di storia. Ed io non ci sono.

Sono sempre stato affascinato dal mondo dell’informazione; infatti intorno ai 10 anni e non appena avuto il permesso dai miei genitori di poter adoperare la macchinetta fotografica che veniva tirata fuori solamente per i grandi eventi e la mitica “lettera 32”, macchina da scrivere con la quale in molti a quei tempi hanno svolto il loro corso di dattilografia “perché questo è un lavoro sicuro”, la prima cosa che ho voluto realizzare è stato un giornalino nel quale denunciavo le discariche abusive sparse a Giulianova, con tanto di reportage fotografico dettagliato.

33 34 35 PEOPLE (29)Sono passati diversi anni ma la passione è rimasta invariata, anche se diverse sono le difficoltà da superare ogni giorno, problemi sempre crescenti come quello di doversi confrontare troppo spesso con persone che si riempiono la bocca di belle parole e le loro tasche con i soldi derivati anche dal tuo lavoro e a te non lasciano neppure le briciole, difficoltà che ti fanno sorridere ripensando a quando la preoccupazione più grande erano le infiltrazioni di luce nella mia vecchia Fujica ST801, acquistata con la prima busta paga in un fotografo della città, ed i metri di filo di lana nera consumati per cercare di isolare la camera oscura e non rovinare la pellicola.

Pochi soldi, poco divertimento, poco tempo libero farebbero spostare l’ago della bilancia dalla parte opposta a quella del desiderio di continuare a scommettere nella professione di reporter, d’altronde come mi dicono in molti: “chi te lo fa fare?”.

33 34 35 PEOPLE (12)La risposta è molto semplice, continuo perché me lo chiedono ogni giorno gli occhi timidi di Valentina, una bambina colombiana incontrata tra le baracche di Cartagena, gli occhi stanchi dei trasportatori  di banane della Bahia in Brasile, tutti gli occhi delle persone incontrate a Sarajevo, in Albania, in Kuwait ed Afghanistan ed in ogni luogo dove con la mia macchinetta fotografica ho catturato una necessità, un bisogno, un’esigenza altrui da condividere.

Raccontare un evento, un fatto, una situazione, una guerra, non è semplicemente un impegno verso te stesso ma soprattutto verso gli altri. E’ cercare di far capire a tutti attraverso la testimonianza, come le baraccopoli non esistano solamente in Brasile con il nome di favelas ma anche nelle Filippine, create sulle discariche da chi lavora ogni giorno per differenziare i rifiuti e guadagnare pochi spicci, ed in Colombia dove vengono spazzate via puntualmente quasi ogni anno dalle alluvioni anche tante vite.

Parlare di come vivono i trasportatori di banane nella Bahia brasiliana è un dovere per testimoniare come vivono schiacciati tra chi coltiva e gli vende il prodotto e chi acquista al mercato per esportare: una morsa terribile ed un braccio di ferro impari.

Cercare poi di far capire cosa provano le persone mentre intorno a loro si odono esplosioni e fischiano, attraversando l’aria, i proiettili è ancora più difficile, soprattutto perché chilometri di pellicole cinematografiche piene dei più svariati effetti speciali, negli anni hanno secondo me snaturato completamente la reale percezione: basti pensare che una persona colpita a morte da una pistolettata non cade all’indietro ma muore sul posto e che una bomba a mano non fa saltare in aria la gente ma l’esplosione serve solamente a frammentarla in tante piccole parti che poi si conficcano nel corpo delle persone come tanti proiettili.

33 34 35 PEOPLE (11)Proprio per questo motivo, quello che potrebbe stupire in luoghi segnati dalla guerra è la normalità, quel vivere quotidiano certamente diverso per abitudini e costume ma comunque normale, con le persone che lavorano, fanno la spesa, cucinano e vivono senza aggirarsi per strada al passo del leopardo spiando ad ogni angolo prima di attraversare la strada, abitudini che durano fino a quando la guerra ed i morti non te li trovi improvvisamente in casa tua.

Una normalità dettata dall’abitudine di vedere un palazzo crollato sotto i colpi di mortaio, pullman ed auto bruciate ai bordi della strada, finestre e porte crivellate di colpi, gente armata in giro per le strade ed anche scritte sui muri che, in un luogo come era Sarajevo degli anni ’90, a me differentemente dai residenti è restata subito molto impressa, in rosso su un muro di mattonelle che precedentemente era stato un grande centro commerciale c’era scritto: “Welcome to hell!” con tanto di teschio stilizzato.

33 34 35 PEOPLE (20)In questi luoghi operano forze militari ma anche civili italiane come la FedEmo, proprio per questo motivo la mia ultima esperienza in Afghanistan è stata per testimoniare l’impegno sociale e medico in favore di uno dei paesi che maggiormente necessitano di sangue e plasmaderivati a causa della guerra e delle carenze degli ospedali, documentando tutto il viaggio da Pisa fino all’ospedale Esteqlal di Kabul dei 700 flaconi di Fattore VIII.

Un’operazione alla quale anche l’Abruzzo, ed in particolare la provincia di Teramo, ha contribuito donando al progetto parte dei flaconi che, tramite il supporto del Ministero degli Affari Esteri, della Difesa e di quello della Salute, sono stati trasportati in Afghanistan.

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