20 21 PEOPLE Piramide cnr 5050 (2)

A cura di Bruno Massucci

20 21 PEOPLE Piramide cnr 5050 (1)“Ho toccato il cielo con un dito” dice Bruno Massucci, avvocato vibratiano, quando si è inchinato al maestoso Everest. Ha esplorato luoghi in cui il tempo si è fermato Ho sempre avuto una grande passione per la montagna, trasmessami da mio padre, il quale mi accompagnava nelle prime salite sul Gran Sasso.

Poi, le dinamiche dello studio dapprima, e successivamente del lavoro e della famiglia mi hanno un po’ allontanato dalle salite in quota, costringendo questa mia passione, pur sempre viva, a lasciare spazio alle diverse esigenze della quotidianità. Fortunatamente, nel 2004 c’è stata la svolta.

20 21 PEOPLE Piramide cnr 5050 (3)In una rimpatriata con gli amici del CAI di Teramo, un caro amico, il noto alpinista teramano Gaetano Di Blasio mi ha rivelato che stava organizzando una salita sull’Everest e, forse per amicizia, un po’ per sfida, mi ha invitato ad andare con lui sino al mitico Campo Base. Non mi è parso vero e, dopo un anno di preparazione, sono partito con un gruppo di amici per salire sul tetto del mondo.

E’ stata una esperienza unica, emozionante e coinvolgente. Non riuscivo a capacitarmi che io, dalla tranquilla vita di Nereto, tra penne stilografiche e codici, mi trovavo sul tetto del mondo, su quell’Everest che sognavo, guardando rapito i documentari in tv o leggendo i racconti di Edmund Hillary piuttosto che di Reinold Messner.

La prima volta che sono andato sull’Himalaya, si è trattato quasi di una competizione, di una sfida con me stesso. Il sogno di tanti anni di appassionate salite sulle nostre montagne e finalmente potevo vedere e toccare l’Everest. Everest, un nome così grande, quasi più grande della montagna stessa. E così, ogni momento della salita, dalle valli del Sagarmatha, al ghiacciaio del Kumbu, ero accompagnato da un po’ di tensione, di emozione e trascuravo ciò che avevo intorno, guardavo solo verso l’alto, verso l’obiettivo.

Quando poi ci sono tornato, dopo un anno, il mio stato d’animo era più tranquillo.Sapevo che ce l’avrei fatta e così sono stato colpito da tutto quanto di meraviglioso c’è “sotto” l’Everest. Valli verdissime, fiumi impetuosi e ruggenti, odori, colori e sapori indimenticabili e, soprattutto la gente, il popolo Sherpa.

Prima di conoscere gli Sherpa li identificavo solamente come abilissimi alpinisti, guide indispensabili per memorabili ascese. Lo sono, senz’altro, ma la loro straordinaria abilità in montagna è poca cosa rispetto alla bellezza del loro cuore e dei loro occhi. E così, guardandomi intorno ho iniziato ad esserne rapito e con l’aiuto della mia storica compagna di viaggio (la macchina fotografica) mi son portato a casa un po’ di loro.

Anche adesso, raccontando quell’ esperienza, mi emoziono nel rivedere alcune di queste montagne, così alte, che paiono far parte del cielo, quasi che non tocchino terra. E poi i bambini; sporchi, spettinati, caccolosi, ma felici.

Felici per cosa, se non hanno nulla, se vivono dove non ci sono strade, dove solo pochi hanno la televisione, il telefono, la corrente elettrica ? Non so rispondere…, ma hanno occhi felici e vivi.

E così, con dodici compagni di viaggio, alcuni conosciuti per la prima volta all’aeroporto di Fiumicino, ai primi di ottobre del 2005 sono partito da Teramo e via Roma e poi Doha (Quatar), arrivo a Kathmandu, capitale del Nepal, da dove, a bordo di un bimotore d’altri tempi, raggiungono la città di Lukla, nel cuore dell’Himalaya, ai piedi del Parco Nazionale del Sagarmatha.

Lukla è un villaggio che non ha vie di accesso, se non il cielo, arroccato com’è sulle pendici di una montagna scoscesa.

La pista di atterraggio, sino a qualche anno fa di terra, è fatta in forte in pendenza, per permettere agli aerei in arrivo (che la trovano in salita) di frenare meglio ed a quelli in partenza, di acquistare più facilmente velocità e di decollare.

Che alla fine della pista, di appena duecento – trecento metri, vi sia uno strapiombo di mille metri, è un dettaglio al quale, quando si è a bordo del trabiccolo, è meglio non pensare. Da Lukla si incomincia a salire.

Alla fine saranno percorsi, in dieci giorni, cento chilometri di marcia con un dislivello di complessivi novemila metri, ascoltando il ticchettio dei bastoncini, ritmato e  leggero, accompagnato dal tambureggiamento degli scarponcini e, come sottofondo, il suono ruggente delle rapide impetuose del fiume Dudh Kosi.

Dopo alcune tappe in alloggi di pietra e legno (detti lodge) si arriva a Namche Bazar la capitale della regione Sagarmatha.

Qui, salendo lungo il margine di una caserma, annidata su di un cucuzzolo e protetta da reticolati spinati e che sovrasta Namche Bazar, sotto lo sguardo di soldati armati fino ai denti (il confine rovente con la Cina è vicinissimo), per la prima volta vedo la cima dell’Everest.

L’emozione è fortissima. Da tremila metri di quota (il nostro Gran Sasso è già li sotto) si va a quattromila e poi, ancora più in su, fino a cinquemila metri. Manca il fiato, ma sembra non capirsi se a causa dell’altitudine o dell’emozione di trovarsi lì, sul ghiacciaio del Kumbu, nel “Campo Base” dal quale partono tutte le spedizioni per la vetta. E l’Everest è lì, che mi guarda e si fa guardare. Un episodio mi piace raccontare.

Due dei miei compagni, Giulio Marcone ed Emidio Santicchia, sono sacerdoti e così, domenica 16 ottobre 2005, raggiunta la Piramide italiana del C.N.R., a quota 5.050, Giulio ed Emidio celebrano la messa, nel prato antistante il laboratorio con un tavolino di plastica fornito dall’ entusiasta custode, a fare da altare, intorno al quale si radunano, oltre ai nostri, anche i ricercatori del C.N.R. ed altri scalatori.

Anche in questo caso ho avvertito nell’ animo che stavo vivendo qualcosa di non normale, di eccezionale, che ha fatto sentire qualcuno “…ad un passo dal cielo…”. Tornati a casa, con la consapevolezza che sono partiti tredici compagni di viaggio e sono tornati tredici amici, riprendono le quotidiane abitudini, magari guardando, distrattamente, il Gran Sasso, che sornione mi ha educato al piacere della montagna.

Negli anni, sono salito su altre montagne, alcune anche famose, come il Kilimanjaro, il Monte Ararat, il vulcano andino Chachani, ma nel cuore resta ferma ed indimenticabile l’immagine dell’Everest, la montagna più alta del mondo, della sua gente e delle sue valli, dei suoi profumi e dei suoi suoni.

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