CALCIATORE E GENTILUOMO

Di Michele Narcisi

La parabola dell’ex campione Arcadio Spinozzi che ama l’Africa

 Nel mondo dello sport professionistico, è risaputo, l’onestà, la nobiltà d’animo e la lealtà sono sempre più merce rara da ravvisare. Ogni tanto, però, si scopre qualche eccezione: mosche bianche in un mare di cacca. Una di queste eccezioni è sicuramente Arcadio Spinozzi, nato a Mosciano Sant’Angelo e presto trasferitosi con la famiglia in Val Vibrata, a Tortoreto Lido.

Immagine (176)Arcadio, cresciuto calcisticamente nelle giovanili della sambenedettese, ha poi giocato nell’Angolana, nella Samb (in prima squadra), per spiccare il volo di una fulgida carriera nella massima serie: Verona con Ferruccio Valcareggi, Bologna, Lazio con Ilario Castagner, Reggina. Fine carriera a L’Aquila. Difensore eclettico, duro e tenace ma dal senso tattico spiccato, Spinozzi, a fine carriera, dopo aver appeso le scarpette al chiodo, si è laureato allenatore professionista di prima categoria al Centro tecnico federale di Coverciano. Ha allenato il Molfetta, la Santegidiese (dove, ricordano in tanti, era talmente preciso e scrupoloso, da controllare anche lo stato dello spogliatoio), la primavera dell’Udinese, con la quale ha vinto una Coppa Italia, e il Perugia insieme ad un mostro sacro come Boskov, maestro di calcio e di buon senso.

Famosa una sua frase, diventata un vero e proprio tormentone: “Rigore è quando arbitro fischia”, per dire che è inutile recriminare o rimuginare a fine gara per eventuali torti subiti. Arcadio ha imparato tanto dall’ex allenatore serbo del Real Madrid, della Sampdoria scudettata, dell’Ascoli e, appunto, del Perugia. Anche lo stile, anche la classe. Le sue esperienze calcistiche, dai risvolti umani, Arcadio Spinozzi le ha raccontate in un libro edito dalla Stamperia dell’Arancio che si intitola: “Le Facce del Pallone”, con un eloquente sotto-titolo: “Le esperienze di un allenatore in terra d’Africa. Ritratto inedito e inquietante del nostro calcio”. L’autore descrive i concetti basilari del “gioco più bello del mondo”, rivelando ghiotte e significative curiosità sugli attori dello stadio, anche inquietanti retroscena che hanno come protagonisti, in negativo, potenti “figuri” che dominano il mondo del pallone in Italia. C’è un capitolo, “Non scherziamo sulle cose serie” che dà la misura di quanto la scaramanzia e l’irrazionale incidano sui comportamenti delle squadre; pregiudizi estremamente condizionanti. “I comportamenti maniacali di calciatori e allenatori- rivela Arcadio Spinozzi- , soprattutto nelle ore che precedono la partita, fino al fischio iniziale, sono in molti casi indizio di insicurezza interiore. Derivano dalla paura di commettere errori fatali e da timori individuali come la precaria posizione professionale o l’incertezza di riuscire a raggiungere gli obiettivi prefissati a inizio stagione”.

Cose su cui non era lecito scherzare al punto che- viene riportato nel libro-, un calciatore di fama internazionale, nei discorsi riguardanti le pratiche scaramantiche, soleva appunto dire, tra saggezza e ironia, “Non scherziamo sulle cose serie”. E poi  toccare l’erba, farsi il segno della Croce magari senza avere un briciolo di Fede, mangiare lenticchie e zampone alla vigilia delle gare: tutti gesti pseudo-propiziatori fatti nel segno, lascia capire il saggio Arcadio, di una ignoranza dura a morire. Molto suggestiva la parte dedicata all’Africa. L’esperienza maturata in Ghana, a Kumasi, città capoluogo della regione Ashanti ha letteralmente segnato la vita di Arcadio. “Accoglienza calorosissima- racconta-: il rispetto e la semplicità, unitamente alla straordinaria e disarmante dignità morale di questa gente, hanno turbato profondamente la mia coscienza di bianco privilegiato”. Di “bianco” allenatore di calciatori che lo hanno arricchito in maniera profonda. Insomma, per i tifosi e gli sportivi Arcadio Spinozzi è stato una guida e un esempio da imitare.

caNon per fare soldi a palate, né per arrivare subito alla vittoria attraverso scorciatoie e atti truffaldini come è successo negli ultimi anni. Ma in maniera pulita e onesta, come ha sempre dimostrato di saper fare come calciatore di serie A e poi nelle vesti di allenatore importante, mettendosi sempre in discussione e impegnandosi al massimo come quando, da ragazzo, giocava sulla sabbia del Lido esultando per un gol fatto e imprecando per un gol preso.

 

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