LA MITOLOGIA GRECA PER RACCONTARE LA CRISI MODERNA

7 Gennaio 2015

Di Marvin Angeloni

Foto di Vittoria Magnani

Il film (Ananke), il set (Valle Castellana), la trama nelle parole del regista albense Claudio Romano

 

07Il giovane regista albense Claudio Romano ci invita ad una lunga passeggiata attraverso le sue esperienze, il suo pensiero e la sua poetica filmica, nel bel mezzo del montaggio del suo film “Ananke”, prodotto da Gianluca Arcopinto e girato nei suggestivi boschi e villaggi abbandonati di Valle Castellana. Ad affiancarlo la sua coautrice e compagna Betty L’Innocente con cui condivide quel marchio che è la Minimal Cinema. Il film verrà distribuito da La Pablo Distribuzioni e verrà proiettato in molte delle sale italiane di genere e proposto ai festival di cinema nazionale ed internazionale.

 

 

Come arrivi a fare il regista, quale è stata la scintilla?

 In casa ho sempre respirato arte grazie a mio padre che faceva il pittore e che inoltre mi ha abituato ad ascoltare ed apprezzare la musica classica. Ho sempre amato la pittura ma purtroppo mi sono accorto in breve tempo che ero completamente negato e che forse avrei dovuto trovare un altro mezzo per trasmettere ciò che volevo. Pian piano mi sono avvicinato alla fotografia e ho praticato per diverso tempo la musica suonando il violino. Poi però ho un po’ perso lo strumento per concentrarmi su altro ed è una cosa che non smetterò mai di rimproverarmi. Comunque ho cercato di prendere il più seriamente possibile la fotografia tanto è vero che mi sono iscritto all’Accademia dell’immagine dell’Aquila. Dopodiché ho sentito il bisogno di fare un ulteriore salto verso il cinema non solo per il bisogno di trasmettere qualcosa agli altri ma proprio per me stesso. Per me il cinema è altamente terapeutico.

 

Questa tua “terapia” è qualcosa che sta dentro le tue produzioni o è un qualcosa che deve restare solo tuo?

 Il mio modo di scrivere e girare film è strettamente connesso al significato che deve arrivare allo spettatore. Il cinema che cerco di fare è dedicato totalmente ad annullare l’intrattenimento e ridurre al minimo la narrativa. Nel film “Ananke” non esiste una storia raccontata ma una storia suggerita dall’ambiente e dalle azioni dei due protagonisti. Un uomo ed una donna spogliati dal loro protagonismo e dalla modernità e gettati in un ambiente dove hanno la stessa importanza della scenografia che li ospita. Io voglio che i miei film non diano risposte ma domande. Ho idee molto radicali su questo e sono totalmente opposte a quello che è il cinema di consumo e nostrano degli ultimi anni.

 

03Hai usato la pellicola per girare il film. Un po’ strano visto il grande exploit del digitale. Anche per quanto riguarda i costi

 Ovviamente l’utilizzo della pellicola richiede una grande responsabilità ma è una scelta mia derivata sia dal sapore genuino che volevo conferire al film, che per la qualità della produzione stessa. Quando giri in digitale sai che puoi rifare la scena mille volte e non succederà nulla, mentre quando usi una pellicola se sbagli hai perso molto denaro e dunque sei portato a studiare in maniera certosina ogni inquadratura. Provando e riprovando mille volte ogni movimento di macchina ed ogni espressione degli attori fino a quando non si è sicuri di poter usare la pellicola. Abbiamo girato comunque con una pellicola che ha costi modesti ma sicuramente importanti.

 Ananke è la dea del fato e della necessità nella mitologia greca orfica. A questo punto parliamo un po’ della trama anche se è un po’ fuoriluogo visto il film non narrativo.

 Una frase – Un uomo che fissa alberi ed una donna che ascolta la radio-  risposta stupida (risata). Ovviamente qualsiasi cosa io possa dire vista la natura del film si tradurrebbe in un grandissimo spoiler. Però diciamo che il film è incentrato su due individui, un uomo ed una donna gettati in un ambiente assolutamente primitivo e costretti a ritrovare la loro umanità con la sopravvivenza. Il sopravvivere ad un mondo che torna ad essere protagonista ed al cui cospetto sono perennemente nudi, spogliati da qualsiasi modernità. Si può raccontare la crisi anche così.

 

Autori e registi a cui ti ispiri e che senti vicini a te?

 Beh sicuramente prendo tantissimo spunto da quello che è stato il punto più alto della cinematografia italiana ovvero il neo-realismo del Dopoguerra. Parliamo quindi di Antonioni, Rossellini, Lizzani. Ma anche autori stranieri minimalisti come Robert Bresson o il più moderno Tsai. Potrei dirne molti altri ma tutti seguono uno stile ed un approccio alla cinematografia molto particolare dove l’individuo è centrale in quanto essere umano.

02Esiste un nucleo di autori indipendenti che si spalleggiano o vengono serialmente inglobati nel sistema cinema italiano?

 Il mondo del cinema italiano è un mondo di m..a; so che è un’espressione dura ma non c’è altro modo per definirlo. Anche se andrebbe specificato che il cinema fatto a Roma è il peggiore perché porta ad appiattire qualsiasi idea e perde il suo significato di arte ed assume invece il significato di lavoro, di catena di montaggio. E’ vero che sono tutti lì i produttori ma quel tipo di cinema d’intrattenimento è tutto uguale, non porta alcuna novità o interesse al cinema contemporaneo nostrano. Difatti i migliori film vengono proprio da quei territori lontani dalla capitale, come la Sardegna, la Calabria, alcune regioni del nord e oltre.  Ma, tornando a Roma, la cosa peggiore sono i gruppi sociali che si vengono a creare che ti impongono di sottostare a determinate regole. Se vuoi restare in quel microcosmo dove ci sono i grandi finanziamenti devi frequentare le persone giuste e mantenere i contatti . La passione svanisce.

 

Eppure nonostante le difficoltà e comunque la tua localizzazione ad Alba Adriatica sei riuscito lo stesso a trovare un produttore, ed anche dei più blasonati nel campo del cinema d’autore contemporaneo.

 Abbiamo avuto la fortuna di entrare in contatto con Gianluca Arcopinto e di proporgli il nostro progetto che aveva alle spalle comunque tre anni di scrittura e riscrittura da parte mia e di Betty.

Anche Betty dice la sua

 Tengo a raccontare una cosa che poi è stato l’inizio di tutto. Una benedizione che è venuta da uno dei nostri registi più amati e che abbiamo avuto la fortuna di conoscere poco prima che ci lasciasse per sempre. Ho avuto infatti l’onore di incontrare Carlo Lizzani e nonostante l’emozione ho avuto il coraggio di parlare del nostro film dimostrandogli l’intenzione di proporre qualcosa che si era perso negli anni. Mi aspettavo i soliti auguri di rito e la retorica di cortesia, ma invece mi ha stupito visto che si è preso a cuore il nostro progetto e ci ha suggerito il nome di Arcopinto, consigliandocelo come uno di quei pochi produttori rimasti ad avere ancora interesse per i film e gli autori. Lizzani ci ha dato una grande forza e, anche se abbiamo dovuto insistere un po’, alla fine Gianluca Arcopinto si è accorto di noi.

 06Il produttore vi ha lasciato carta bianca?

 Ci ha sicuramente dato dei consigli ma non si è mai permesso di mettersi il mezzo durante la realizzazione del film dandoci quella fiducia che tutti, in ogni campo, sperano di avere da parte chi ti dà la possibilità di fare qualcosa.

 

Veniamo al cast e nello specifico agli attori, o meglio ai “non attori”.

 Mentre per il ruolo della donna avevamo già preso la decisione ed avevamo coinvolto Solidea Ruggiero (scrittrice e performer), per l’uomo  invece non avevamo nessuno in lista che potesse accontentarci. Poi è arrivato Marco Casolino, un artista contemporaneo assolutamente originale e siamo partiti. A me non servivano protagonisti o attori. Io sono per l’antirecitazione, L’individuo deve essere parte integrante della scenografia, un burattino. La recitazione deve essere stilizzata e spiazzante, deve negare l’emotività. Insinuare quel disagio che porta lo spettatore a riflettere e non deve mai esserci la sensazione della finzione.

La scelta di un villaggio abbandonato come quello di Stivigliano in Valle Castellana è stato sicuramente adatto.

 Ed anche il nostro vivere in una situazione assolutamente precaria ci ha dato modo di entrare ancora di più nel film e di realizzarlo al meglio. E poi gli abitanti locali sono stati davvero gentili ed abbiamo respirato il vero Abruzzo.  Abbiamo avuto spesso problemi ed abbiamo ricevuto tutto l’aiuto possibile da persone che fino a due giorni prima ci erano sconosciute. Un’esperienza completa che può solo rendere il film ciò che volevamo.

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